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Il rio Gandore è un piccolo corso d’acqua che nasce e discende dai colli di Momeliano, attraversando l’ampio bosco dell’ex polveriera, prosegue poi verso la pianura nel territorio di Gazzola, Gragnano e Rottofreno, dove sfocia in Po.

Abbandonata da più di vent’anni, l’area dell’ex polveriera costituisce un immenso polmone verde in cui le specie autoctone hanno potuto liberamente svilupparsi e popolare l’intera area.

Nei primi anni del 2000 il Comune di Gazzola con l’Università Cattolica di Piacenza ha condotto il primo studio approfondito sulla biodiversità di questo ambiente.

Storia

Fundus Mamuleianus

Lo storico piacentino Pier Maria Campi, nel XVII secolo, sosteneva di avere rinvenuto in un innominato archivio privato della città il fantomatico testo: “Antichissima storia della fondazione e dominio della città di Piacenza” attribuito a Tito Omusio Tinca (amico e contemporaneo di Cicerone) che derivava il nome Momeliano da «Memmianus hoggi Mommiano» in onore del cavaliere «M. Memmius».

La prima notizia certa della località è invece relativa al II secolo d.C., all’interno della Tabula Alimentaria Traianea* come proprietà di «Mommeio Persico», da cui la definizione di «fundus Mamuleianus».

Nel 869 il conte Tadone investiva tramite il «Negrobonus dictus» il nipote Manfredo Negrobono di diverse località nel piacentino, tra le quali compariva anche il borgo di Momeliano.

* Iscrizione bronzea d’epoca romana rinvenuta nei pressi di Veleia nel 1747, contenente le disposizioni del prestito fondiario ipotecario voluto dall’imperatore Traiano, i cui interessi venivano devoluti per il sostentamento dei fanciulli indigenti della zona.

Medioevo

Tra il X e XII secolo il fondo era parte della Mensa Vescovile* di Piacenza periodo in cui molte delle terre circostanti, con la fine dell’Impero Romano, passarono nelle mani di diverse comunità religiose della città: monastero di S. Brigida (869), chiesa di S. Giustina (988), chiesa di S. Maria in Gariverto (1158), monastero di S. Salvatore di Trebbia (1187).

Il «castra Mameliani», posto in posizione dominante la Pianura Padana a circa 270 m di altezza sulle prime colline a destra del torrente Luretta, veniva per la prima volta citato in un documento 25 novembre 1234, come luogo di stipula di un accordo dotale. Sempre nello stesso anno il Castello di Momeliano veniva distrutto dalla “societas populi” guidata da Guglielmo Landi, in lotta con i nobili locali nelle contrapposizioni comunali.

Nel 1372, durante la guerra che il pontefice Gregorio XI condusse contro Galeazzo II Visconti, Momeliano (assieme ad altre roccaforti milanesi dell’area del Tidone) subì l’invasione delle truppe papali e dovette arrendersi al presidio del cardinale Pietro Bituricense.

* Insieme dei beni a disposizione della diocesi per garantire una rendita sufficiente al mantenimento del vescovo, della sua residenza e della curia diocesana.

Castel Basino

I territori circostanti, passati sotto il dominio dello Stato della Chiesa, entreranno poi a far parte del Ducato di Parma e Piacenza nel XVI secolo; diversi i passaggi di proprietà che si susseguiranno fino ad oggi, tra i quali: Dolzani, Sforza, della Veggiola, Radini Tedeschi, Ferrari, Lampugnani, Portapuglia, Stevani e poi Negri.*

In particolare Antonio Ceresa, nel 1490, acquistò il fortilizio di Momeliano con le relative adiacenze, dando avvio alla ricostruzione trasformandolo in residenza signorile, come era uso.

Al figlio Marco Antonio è attribuito il poemetto: “Somnium Delphili”; il libro, ornato con miniature e lo stemma della famiglia Ceresa (un albero di ciliegio), racconta le vicende amorose nei confronti di una fanciulla ospite nel castello durante la peste del 1500.

La località dal XIX secolo è anche nota come Castel Basino, quasi a ricordo della memorabile disputa trentennale tra il proprietario Gaetano Basini e gli eredi dei fratelli Jacchini.

In periodo risorgimentale gli Stevani trasformarono buona parte delle terre circostanti in vigneti; un aneddoto vorrebbe che nell’ultimo decennio del 1800 lo scrittore piemontese Giuseppe Giacosa, ospite del castello insieme al librettista piacentino Luigi Illica, avesse apprezzato a tal punto il vino tanto da ricordarlo nella sua opera teatrale: “Partita a scacchi”.

* Tutt’ora abitato, le antiche cantine del castello ospitano i prodotti vinicoli dell’azienda “Luretta”.

Esercito

Già importante “piazza militare” nella seconda metà dell’Ottocento, Piacenza era densa di caserme, depositi, opifici e sede di numerosi reparti e servizi (tra i quali un Panificio e un Ospedale Militare). Con l’avvento delle Guerre Totali si rese neccessario riconsiderare aspetto territoriale ed infrastrutturale della provincia, da sempre fortemente legata ad un’anima difensiva e di presidio.*

È in questo periodo di transinzione che il programma di razionalizzazione e riassetto della Difesa del Regno d’Italia porterà a costituire in città l’“Arsenale Regio Esercito di Piacenza”, per la fabbricazione e il mantenimento degli armamenti.

Per i rischi connessi alla gestione dei materiali esplosivi in prossimità di aree civili, intorno agli anni ’30 sorsero numerose polveriere, lontane da città e principali strade e centri abitati.

Realizzata su di in un leggero pianalto tra le valli Trebbia e Luretta, la Polveriera di Momeliano** era anche posta a metà strada da altrettanti depositi militari: Gossolengo e Cantone.

* La cospicua presenza di castelli, chiese, conventi e caserme attesta la posizione strategica e lo sviluppo economico del territorio.
** Destinata principalmente al depostito e lo stoccaggio di munizioni e altri materiali esplosivi.

Resistenza

La zona della Polveriera, rifugio sicuro per gli armamenti della Repubblica Sociale Italiana, tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, diventò anche un ottimo nascondiglio per partigiani, porfughi e altri disertori in fuga.

Ai tempi la Val Luretta (in alcune carte neppure segnalata) di tutte le valli che fronteggiavano il Po era sicuramente la più breve e meno popolata; nonstante la prossimità alla città di Piacenza, non esisteva neanche un ponte a collegamento diretto con il capoluogo.

Qui le bande piacentine potevano agevolmente rifornirsi di armi e munizioni, e spostarsi per attaccare le truppe nazi-fasciste presenti in pianura. Tra i primi gruppi della zona l’Alzanese di Piozzano, nucleo della futura brigata Giustizia e Libertà, che nel marzo 1945 confluirà nella ben più vasta I° Divisione Piacenza.

È nelle giornate prossime alla Liberazione che nella zona accadono gli episodi più drammatici e sanguinosi. In particolare, nella notte tra il 15 e 16 aprile 1945, la leggenda del “Valoroso” prende definitivamente forma attraverso lo spettacolore assedio al Castello di Monticello di Gazzola.*

* Il combattimento di Monticello, tra le più spettacolari battaglie dell’intera vicenda partigiana piacentina, vide poco più di 25 uomini, comandati da Gino Cerri (“Cicogna”), tenere testa ai quasi 500 della RSI.

Demanio

A seguito del ridimensionamento delle forze armate successivo alla caduta del muro di Berlino, l’Ex Polveriera di Momeliano è stata ufficialmente dismessa dalle sue funzioni militari e abbandonata da una vigilanza armata.

Passata al Demanio, nel 2014 veniva ceduta al Comune di Gazzola in ottica di “messa a reddito o alienazione”, successivamente, tra il 2016/17 iniziava una consultazione pubblica per la raccolta di idee e proposte rivolte alla rivalorizzazione dell’area.*

A quasi un secolo di distanza, l’uomo si è fatto da parte, i prati sono scomparsi e la natura ha decisamente ripreso il sopravvento, in quello che oggi è ormai noto come il “Bosco di Rio Gandore”.

* legate ad una fruibilità collettiva, comprendevano la realizzazione di progetti per lo sviluppo di attività didattiche, culturali, sociali, ricreative, sportive e l’incentivo ad un turismo eco-sostenibile tutelando l’area nella sua interezza.

Polveriera

Deposito

La polveriera di Rio Gandore fu istituita negli Anni Trenta del XX secolo, con esproprio di terreni privati, su di un piccolo altipiano ad una quota compresa tra i 240 e 150 m di altitudine.

In particolare furono occupati per intero i tre insediamenti agricoli che si trovavano al centro della zona (Breda grande, Breda piccola e Vignazze) e alcune porzioni di altre aziende limitrofe (Galera, Valli, Castel Basino, Botriga, Casale e Bagarotto).

Già antico insediamento agricolo in epoca romana (“fundus Mamuleianus”), la denominazione degli insediamenti che si trovavano nella zona pianeggiante al centro dell’area ne confermerebbero l’utilizzo anche in periodo longobardo (“Breda” da braida, terreno coltivato).

Anche per la grande abbondanza di zone boscate (45% di ceduo), indizio di un generale spopolamento della campagna, che sul finire dell’Ottocento l’area dell’ex-polveriera verrà identificato per la costruzione di un nuovo deposito militare.

Bosco

Oggi l’ex-polveriera si presenta come un’ampia zona verde (140 ettari) di forma tendenzialmente ellittica a contorno irregolare.

Compreso tra due importanti corsi d’acqua (Trebbia e Luretta), il bosco rappresenta un importante serbatoio di biodiversità nell’ambito territoriale provinciale.

Di proprietà del Demanio, è delimitato da una rete metallica a maglia romboidale (alta di circa 2 metri) e filo spinato, il tutto posto su di un basamento continuo in calcestro.

Nonostante diverse aperture create da animali ed estranei, 4 sono i cancelli principali che circondano il perimetro dell’area, assieme alle numerose torrette di avvistamento (“altane/garitte”, in ghisa e vetro), ormai deteriorate.

Edifici

All’interno, il terreno risulta parzialmente edificato; circa un centinaio i fabbricati in muratura (di cui 80 casematte*) distribuiti uniformemente su tutta l’area, principalmente costruiti per i diversi usi legati all’attività militare.

In alcuni edifici, realizzati principalmente in mattoni e legno, permangono le tracce delle antiche strutture rurali (cascine, stalle, fienili) precedenti la costituzione della polveriera, ai quali se ne affiancano altri più moderni, in cemento armato, realizzati intorno agli anni sessanta/settanta.

Nelle zone perimetrali tutte le strutture sono abilmente occultate alla vista con elevazioni di argini in terra su 3 lati dell’edificio; poste nelle vicinanze dell’ingresso principale quelle destinati al personale (ricovero mezzi, alloggi, uffici, foresteria).

Diversi anche i manufatti in cemento fra pozzi, centraline, ponticelli, canali di scolo, vasche antincendio, serbatoi sotterranei di riserva, fognature e tanti pali in cemento della luce abbandonati.

* «Edificio che ha l’apparenza di casa ed è invece ben altra cosa», nelle costruzioni militari erano dei locali ubicati e costruiti in modo da assicurare le migliori condizioni di sicurezza per la conservazione di armi e munizioni.

Strade

L’ex zona militare è collocata a circa un 1 km a Nord dell’abitato del Borgo di Momeliano (comune di Gazzola) ed è raggiungibile percorrendo una strada sterrata che devia dalla comunale per Castel Basino, dal quale dista poco più di 300 metri.

La rete stradale interna è disposta idealmente su tre anelli concentrici, che si sviluppano per una lunghezza di circa 12 km, sono in parte ancora asfaltate (con una larghezza media di circa 4 m) convergono nel lungo rettilineo principale che attraversa tutta l’area dall’ingresso, posto a sud, all’estremo opposto.

Bonifica

Durante la seconda guerra mondiale, la città di Piacenza fu particolarmente colpita dai bombardamenti Alleati come quelli del leggendario «Pippo»: aereo che tutti i giorni sorvolava il Nord Italia alimentando speranze e paure nella gente.

Tra questi vi erano soprattutto i ponti ferroviari e stradali, insieme ai depositi di approvvigionamento, ai cantieri ferroviari e anche al centro storico che, a causa della sua prossimita con il Grande Fiume, subì numerosi danni collaterali.

L’attività militare del deposito è poi proseguita fino alla fine del XX secolo, concludendosi poi negli anni ’90, quando sono stati effettuati due interventi di bonifica militare della zona (sminamenti e recupero di materiale bellico), pari a 1/3 della superficie totale.

Ufficialmente dismessa nel 2007, la polveriera, è ora in gestione al Comune di Gazzola. Attualmente non occupata, molte sono le situazioni delicate o fonti di rischio presenti al suo interno: ordigni bellici, carburanti, amianto, pozzi e altri potenziali depositi di materiale inquinante.

Natura

Nodo Ecologico

Nei secoli, le continue deforestazioni e bonifiche che si sono susseguite al fine di uno sfruttamento del suolo per svariati scopi (agricoltura, pastorizia, attività artigianali, industriali, abitative, …), hanno trasformato completamente il paesaggio circostante.

La prolungata attività militare di oltre 60 anni, ha permesso ha distanza di svariati anni la conservazione della biodiversità ambientale. In prossimità della pianura è un importante luogo di rifugio e sviluppo delle specie di un patrimonio biologico sempre più rarefatto.

Per sua particolare valenza ambientale, l’area di Rio Gandore è stata opportunamente classificata “Corridoio Ecologico Provinciale”, importante collegamento tra collina e pianura, grazie alla sua biodiversità, fornisce a molti animali un luogo sicuro e accogliente dove vivere e riprodursi.

Acqua

Lontano dalle grandi vie di comunicazione, il bosco del Rio Gandore è inserito nella fascia di transizione tra la pianura e le prime colline piacentine; compreso tra i torrenti Luretta e Trebbia, il paesaggio circostante ha mantenuto nel tempo un buon grado di naturalità.

All’interno dell’area dell’ex polveriera riceve le acque del rio Fontanazzo e di alcuni piccoli affluenti: Galera, Bagarotto e Breda, che nel loro breve percorso incidono il suolo originando caratteristiche vallecole.

Partendo dai colli di Momeliano, il rio Gandore attraversa l’ex polveriera nella zona nord-est, prosegue verso la pianura ad est dell’abitato di Gazzola, passa il comune di Gragnano (dove prende il nome di Loggia) e presso Rottofreno si unisce al Lurone, sfociando infine in Po a Veratto.

Flora

Lungo gli ambienti umidi dei corsi d’acqua prevalgono Pioppo bianco e nero, Salice e Sanbuco con la presenza di erbe igrofile come Ortica, Vilucchio, Centocchio e Dulcamara.

Altrove la vegetazione del boschi varia a seconda dell’esposizione, in genere si incontrano alberi di latifoglie quali Querce, Olmo, Castagno, Frassino, Acero, Carpino e arbusti di Nocciolo, Prugnolo, Rosa canina, Biancospino, Sanguinella e Ligustro.

Nello strato erbaceo: Anemone nemorosa e trifolia, Dente di cane, Ranuncolo, Pervinca, Primula, Colchico e il caratteristico Pungitopo. Tendono verso la vegetazione prativa le zone non più sottoposte a sfalcio come le due radure centrali e l’area perimetrale.

In prossimità delle strade e degli edifici permane una traccia dell’attività umana, in particolare alcune piante ornamentali (Ippocastano, Bagolaro, Tiglio), e altre specie fruttifere (Castagno, Melo, Susino, Fico) introdotte anche in epoca militare.

Fauna

Numerosi i Caprioli e Cinghiali che, in mancanza di predatori naturali, hanno adottato questo habitat come rifugio. Di quest’ultimo mammifero inconfondibili le tracce: dissoda il terreno, creando delle vere e proprie arature, alla ricerca di ghiande, bulbi e tuberi.

Tra i cespugli diversi sono gli uccelli (Picchi, Cincie, Lui, Capinere, Ghiandaie …) e rapaci notturni e diurni (Gufo, Assiolo, Poiana, Astore, Allocco, Civetta, …), alcuni osservabili in qualsiasi periodo dell’anno (Merlo, Pettirosso, Fringuello, Cardellino, …) e altri semplicemente stagionali (Tordo, Usignolo, Storno, Upupa, …).

Anche il sottobosco nasconde una elevata vitalità di piccoli mammiferi (Ghiro, Volpe, Faina, Riccio, Talpa, Moscardino, Scoiattolo, Lepri e Pipistrelli) rettili e anfibi (Lucertole, Rane, Rospi, Ramarri e Salamandre), senza dimenticare le innumerevoli specie di insetti.

Geologia

L’ex polveriera di Rio Gandore fa parte del “Geosito di Croara” per la tutela e valorizzazione della geodiversità.

Tra i suoli più antichi della regione, il terreno si presenta come un esteso pianalto terrazzato di origine alluvionale che degrada lentamente verso la pianura, lievemente inciso dalle varie dai versanti fluviali formatesi durante l’Era Quaternaria, a seguito del susseguirsi delle varie fasi di erosione.

L’origine fluviale è testimoniata anche dal colore bruno-giallastro di queste argille, leggermente sabbiose, che alternandosi al caratteristico “Flysch” rilevano la presenza di ben più antichi depositi marini.

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